Trailer e recensione del film: The post


Dal punto di vista della pratica e dell’etica del giornalismo, del rapporto tra stampa e potere (politico, sì, ma anche economico), non c’è forse molto di più in The Post di quanto non ci fosse già nelle tre stagioni di The Newsroom. Retorica compresa.
Quella retorica inevitabile perché alla fine necessaria, oggi più che mai; e mai davvero melensa perché a un certo punto – lì come qui – arriva sempre la zampata, di un attore, di una linea di dialogo, di un cambio di registro, che limita, contiene e fa ripartire il racconto.
Poi, certo: la serie tv di Sorkin non raccontava storie realmente accadute ma solamente verosimili. E quando è stata scritta, e poi trasmessa, alla Casa Bianca non risiedeva un Presidente che un giorno sì e l’altro pure se la prende coi giornali e i giornalisti tutti, che grida “fake news” di fronte a ogni cosa che non gli piace, e che ha costretto proprio il Washington Post – che oggi non è più di Kay Graham, ma di Jeff Besoz – a piazzare un nuovo motto sotto la sua testata: “Democracy Dies in Darkness” (i colleghi del New York Times hanno risposto più di recente con “The Truth is more important now than ever”).
E però, guarda un po’, uno dei rapporti chiave per il discorso portato avanti da The Newsroom era quello tra l’anchorman Jeff Daniels e l’editrice Jane Fonda, così come il cuore di The Post, al netto della retorica sul giornalismo e del discorso nemmeno tanto sottilmente anti-trumpiano portato avanti da Spielberg, è quello del rapporto tra il Ben Bradlee di Tom Hanks e la Kay Graham di Meryl Streep: che in fondo è la vera, grande protagonista del film.
Anche perché di grandi giornalisti duri e puri che fanno il loro mestiere con la schiena dritta, e che non esitano di fronte a nulla (o quasi) per il bene del loro giornale e per l’integrità del loro mestiere, al cinema ne abbiamo visti tanti. Più raramente abbiamo visto figure come quelle della Graham.
Ed è lì, nel personaggio della Streep, oltre che nell’esaltazione democratica, nel meraviglioso classicismo essenziale di Spielberg, nella recitazione di un cast che nel suo complesso è di totale eccellenza (Bob Odenkirk, Bradley Whitford, Tracy Letts, ma tantissimi altri ancora), che stanno le cose più interessanti di The Post.
Ancora una volta, bisogna andare un po’ oltre le apparenze.
Oltre il ritratto di una Kay Graham che Spielberg ha modulato attentamente affinché risultasse perfettamente intonato col coro di voci femminili del movimenti Time’s Up e #metoo, raccontando la sua vicenda come il momento catastrofico e di transizione tra quel tempo in cui le donne si alzavano da tavola e andavano a spettegolare quando gli uomini iniziavano a discutere di politica (una scena tanto semplice quanto geniale, questa) e il tempo in cui una come Kay Graham poteva prendere coscienza del suo ruolo e del suo potere e dire a solito maschio bianco e paternalista “se ti sta bene è così, sennò lasci il mio consiglio d’amministrazione.”
Sì, certo, c’è anche tutto questo ed è importante, ed è uno dei tanti grandi temi che Spielberg ha preso e ha avvolto attorno alla vicenda principale del film, con semplicità e eleganza fuori dal comune.
Però, ecco: Kay Graham non è solo una donna che afferma la sua voce. Key Graham è una donna, sì: ma prima ancora è parte dell’élite sociale, economica e culturale del paese. È una che chiama ex Presidenti per nome, che è amica intima di Bob McNamara, che sta trattando l’entrata in Borsa della sua compagnia e che quindi ha anche rapporti con i banchieri (e qui andrebbe aperto un capitolo su come Spielberg inquadra in questo film gli edifici del potere: la Casa Bianca, Wall Street, le sedi dei quodiani e sì, anche le rotative).
Kay Graham è una che per fare quello che ha fatto – autorizzare la pubblicazione dei Pentagon Papers – non ha rotto solo con un modello femminile imposto dal patriarcato, per dirla con un linguaggio oramai d’uso comune, ma con un modello sociale basato su interdipendenze, piccole connivenze amicali, ipocrisie interessate su scala diffusa.
Certo, anche Bradlee si ubriacava con Kennedy, ma – e lo spiega bene nel film – lui ha fatto una scelta, che andava fatta, perché era comunque un giornalista, uno impegnato: da lui ce lo si aspettava.
La Graham no. La Graham era una socialite, ma anche una donna che pensava che la qualità possa portare profitto, e che l’etica è una cosa essenziale, nella qualità di un giornale. Anzi, che l’etica era più importante di tutto. La libertà da quei vincoli, era la cosa più importante di tutte.
Ed è quella liberta, oltre che quella di stampa – necessaria, sacrosanta – cui Spielberg fa riferimento. Con, mi piace pensare, un implicito ammiccamento alle élite americane e mondiali, di cui lui fa parte; con un invito a rompere gli schermi, i vincoli. A uscire dalla comfort zone del benessere, dei salotti e delle conventicole per ricominciare a lottare per l’etica e la libertà. Loro, e di tutti.
Torna all’elenco

Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte di CINEMASERVICE. maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fonire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o clicchi su "Accetta" permetti al loro utilizzo.

Chiudi