Trailer e recensione del film: Smetto quando voglio ad honorem


A esperienza cinematografica conclusa – perché la trilogia di Smetto quando voglio ha poco o nulla di una mini-serie tv dal momento che parla la complessa, squisita e ambiziosa lingua del miglior cinema – la domanda a cui rispondere è: qual è il più bello dei tre film? Sappiate immediatamente che non abbiamo una risposta, perché se è vero che la prima volta di Pietro Zinni e la sua banda dei ricercatori non si scorda mai e il capitolo intermedio ha una lunga sequenza di assalto al treno che porta quasi Masterclass a capitanare per un istante il trittico, Smetto quando voglio: Ad honorem “spacca” davvero, perché chiude perfettamente il cerchio ed è diverso dai suoi predecessori per profondità e soprattutto per umanità: l’umanità del Murena, per cominciare, che da figura di contorno appena abbozzata diventa “personaggione” e si lascia attraversare da più di una sfumatura di grigio e l’umanità, appena percettibile e passata più che presente, di Walter Mercurio, villain dal trench nero di matrixiana memoria e dallo sguardo malinconico di cui assaggiamo la caratura morale anche in virtù di un ottimo Luigi Lo Cascio che si mantiene saldamente ancorato al realismo non scivolando mai nel fumetto.
Caratura morale… beh, anche il mentitore seriale Pietro Zinni che ha abbandonato la giacchetta marrone identica a quella che solitamente indossa Sydney Sibilia a favore della divisa carceraria dimostra di averne una. Anzi, per dirla tutta, il neurobiologo mal accudito da mamma La Sapienza passa ora dallo status di antieroe a quello di eroe, e non l’eroe per caso di un gruppo di sfigati un po’ Soliti ignoti che solo l’intelligenza porta al conseguimento di un risultato, ma un eroe eroe, no, addirittura un supereroe, visto che adesso c’è da impedire la distruzione dell’università, una volta assodato che Sopox è la formula del gas nervino. Il gesto fa onore al neo-papà e alla sua scalcinata banda, e fa onore anche a Sydney regista prodigio, che quegli atenei dove la meritocrazia continua a non essere di casa ancora li considera sacri luoghi del sapere, chiudendo così il ciclo con un messaggio di speranza e un invito ad apprezzare e a coccolare gli uomini di ingegno, prima che se ne vadano all’estero o si mettano a produrre e spacciare smartdrug.
In Smetto 3, qualcuna delle menti illuminate che in Smetto 2 aveva devastato colonne e capitelli con un furgone che correva a tutta velocità ripete numeri già fatti e non sempre con la stessa efficacia, e qualcuno rimane troppo in sordina (i due latinisti, ad esempio), e vorremmo un po’ più di Bartolomeo Bonelli e di Arturo Frantini, che sono i nostri due preferiti (non ce ne vogliano gli altri), ma l’avventura dei simpatici eruditi è formidabile e spassosa e l’impresa che compiono è ardimentosa, e nella loro fuga da Rebibbia gli strepitosi nove cavalcano il ritmo veloce ma non frenetico di un’evasione che non ha nulla da invidiare a quelle di Jacques Mesrine e che Sibilia si è evidentemente divertito un mondo a scrivere, non perdendo mai un colpo. E se vogliamo parlare di colpi, ce n’è uno che esplode durante una sequenza di teatro d’opera per cui ancora ci teniamo la pancia dalle risate, con Stefano Fresi in versione Conte d’Almaviva affiancato sul palco da Lorenzo Lavia e Valerio Aprea che si producono in uno spassoso recitativo improvvisato. E’ qui che Ad honorem conferma nuovamente l’originalità della saga nel mescolare la grande commedia all’italiana con il cinema di genere, che sia il thriller operistico (come non pensare a una scena di Mission: Impossible – Rogue Nation e alla conclusione de L’uomo che sapeva troppo?) o il filone carcerario, e sappiamo che il regista ha “ripassato” guardando Prison Break e Fuga da Alcatraz.
Anche se la preparazione dell’abbandono temporaneo del penitenziario di turno è appena troppo lunga rispetto alla fuga vera e propria, nel film l’avvicinamento al gran finale è ineccepibile, e si muove fra tensione-azione e comicità, con gomme esplosive ingoiate per sbaglio e cadaveri sventrati. E la musica è giusta, e la fotografia dalle tinte acide e fluo che è uno dei marchi di fabbrica della trilogia è giusta, come il flashback sul Murena e su Mercurio, pausa di riflessione prima dell’indiavolata corsa verso la salvezza di un pezzetto di mondo.
E’ durato più o meno quanto il liceo il ciclo di Smetto quando voglio, e i “ragazzi” attori che lo hanno frequentato hanno imparato il valore del lavoro collettivo e che per emergere non è necessario sgomitare, mentre Sibilia ha appreso come fare un cinema popolare ma colto. Quanto a noi, aspettiamo che qualcuno ci insegni come si fa a liberarsi dalla Smetto quando voglio-dipendenza. Potremmo iniziare a frequentare il rehab gestito da Giulia/Valeria Solarino o magari dedicarci a sculture in (scadente) plastilina come faceva Alberto Petrelli. Ma non funzionerebbe. L’unica soluzione è rivedere la trilogia all’infinito. D’accordo, è roba da nerd, ma i nerd, oltre a saper evadere via internet (e scoprirete perché) sono capaci di vincere e rivincere, almeno al cinema, sotto forma di personaggi buffi ma non ridicoli (come qualche loro cugino americano) e soprattutto molto dignitosi.
Torna all’elenco

Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte di CINEMASERVICE. maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fonire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o clicchi su "Accetta" permetti al loro utilizzo.

Chiudi