Trailer e recensione del film: Benedetta follia


Dopo un breve prologo, ambientato venticinque anni fa, Benedetta follia si apre con una scena squisitamente verdoniana. Guglielmo, il personaggio interpretato dal regista, titolare di un negozio che vende paramenti ecclesiastici e arte sacra, sta facendo provare una nuova tonaca a un cardinale sovrappeso; che, però, come si muove strappa l’abito, scatenando in Guglielmo una reprimenda contro le troppe mozzarelle di bufala: ma mica solo per il vestito, anche per la sua salute.
In questa scena – così breve, e così squisitamente esemplare del cinema di Carlo Verdone, e del suo legame profondo con quello di Alberto Sordi – c’è una delle due anime del nuovo film del comico romano. L’altra, quella che entra nel racconto con la malagrazia della Luna di Ilenia Pastorelli, e che prende il controllo totale del film in almeno due punti – un sogno/trip psichedelico che si tramuta in numero da musical, come fossimo nel Grande Lebowski, e una scena dove un gioco erotico basato sulla vibrazione di uno smartphone si tramuta in un’emergenza ginecologica, che parte da Harry ti presento Sally per finire in un cinepanettone qualunque – è quella incarnata dai nuovi collaboratori di Verdone, Nicola Guaglianone e Menotti, cioè il duo dietro alla sceneggiatura di Lo chiamavano Jeeg Robot.
Due anime, in un film che racconta di un uomo in bilico tradue vite.
Perché Benedetta follia è la storia di Guglielo, piantato dalla moglie per un’altra dopo un quarto di secolo di matrimonio, lui che era una sorta di Oscar Pettinari – come da prologo – e che si è trasformato in un borghesuccio sordiano. Lui, che quando prende la batosta e poi conosce la salvifica coatta che assume come commessa, si rende conto di aver per troppo tempo rinunciato a vivere per limitarsi a “esistere”: o, perlomeno, così si dice allo specchio in un’altra scena pre-trip, dove, per l’appunto, il Guglielmo/Verdone di oggi si confronta con quello di ieri.
Verrebbe da chiedersi, a questo punto, quanto il patema di Guglielmo sia quello di Verdone stesso: quanto, come Guglielmo si è affidato a Luna per rinnovare la sua vita, Verdone si sia affidato a Guaglianone & Menotti per cercare di risollevarsi dalla piega un po’ stanca dei suoi ultimi film, e comunque ritrovare lo smalto del passato.
E però, così come quando Guglielmo si trova in situazioni tra l’increscioso e il ridicolo, quando si affida troppo alla commessa, così Benedetta follia e il suo autore s’inceppano e rimangono spaesati quando i due sceneggiatori – veri e propri Lucignoli, corrispettivo fuori dallo schermo delle amiche di Luna che danno l’ecstasy all’ignaro Guglielmo – prendono il controllo.
Non tanto per le scene in sé, quelle citate, che pure proprio belle non sono, per usare un eufemismo: ma perché sono un’altra cosa, un altro tempo, un altro modello. Un altro abito, che Verdone non sente suo, e non può calzare alla perfezione.
Tutto questo sembra saperlo molto bene, il comico romano. Sembra addirittura averne consapevolezza nel film.
In un film che, non a caso, non va incontro a una chiusura giovanilistica e inopinatamente spavalda, ma che invece fa rientrare tutto dentro i confini di quella tranquillità borghese e un po’ agé, e un po’ molto malinconica, che è il marchio di fabbrica del Verdone di questi anni.
Solo che, ammettendo tranquillamente lo spaesamento, la leggera depressione (cinematografica, perlomeno), Verdone può permettersi tranquillamente di sorriderci sopra, di abbracciare con fare caloroso e pacificato quella condizione, rendendola finalmente esportabile oltre i confini dello schermo.
Il resto è tutto giocato negli interstizi, nei dettagli di un racconto frammentato, scarsamente unitario e un po’ sconclusionato. Nelle singole scene in cui il Verdone attore (e autore) si dimostra ancora capace delle zampate di una volta: che non sono solo la singola battuta, ma i tempi, i movimenti, le espressioni del viso e del corpo, i temi su cui giocare, far ridere e prendersi in giro come pochi sanno fare.
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